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La matrice e il buio

Un uomo calvo visto di spalle davanti a una finestra sul mare notturno, con le luci del molo che formano una freccia verso il buio
Le luci sembrano indicare il buio. Resta da capire se la freccia esistesse davvero.

Ci sono coppie che funzionano perché, oltre ad amarsi, hanno trovato qualcosa da costruire insieme.

Penso ad amici miei che hanno aperto un negozio, ad altri che hanno fatto nascere un progetto dalla parte più creativa e spirituale di entrambi, qualcosa che nel tempo è diventato abbastanza grande da assomigliare, almeno ai miei occhi, a una specie di figlio esistenziale. Non un figlio sostitutivo, non una metafora da prendere troppo sul serio: qualcosa che prima non c'era e che adesso esiste perché due persone hanno deciso di generarlo insieme.

Poi ci sono quelli che una famiglia così non ce l'hanno, oppure non la vogliono, e forse lì diventa ancora più evidente un lavoro che facciamo tutti, anche se in modi diversi: costruirci un posto.

Una rete di persone, un progetto, un lavoro, qualcosa che ci faccia sentire parte di un ecosistema e che, in qualche modo, dica: io qui ci sono.

Lo faccio anch'io.

Forse un partner risolve il problema più in fretta, almeno apparentemente. Ti colloca dentro un paradigma che conosciamo bene: siamo una coppia, condividiamo una casa, una parte del futuro, magari una famiglia. È una struttura riconoscibile e questo, secondo me, tranquillizza.

Ma non risponde necessariamente alle vere domande.

Riesco a stare solo?

Ho senso, da solo?

Quanto importo davvero alle persone che mi stanno intorno?

Un figlio, in questo, è comodo.

È una frase ruvida, me ne rendo conto, e non significa che un figlio risolva la domanda sul senso o che chi non ne ha debba inventarsi qualcos'altro per sostituirlo. Intendo una cosa molto più semplice: un figlio rende concreta un'esperienza che in altri luoghi della vita può restare più sfumata. Sai che esiste qualcuno che, almeno per molti anni, ha realmente bisogno di te.

Poi, se il rapporto è sano, non vivi per tuo figlio e lui non esiste per dare significato alla tua vita. Però quel bisogno è lì. Non devi immaginarlo.

Ci sono poi le dimensioni di servizio. Fare l'educatore, l'infermiere, il medico, ma anche essere quel commesso del supermercato che non si limita a fare passare la spesa e riesce invece, per qualche minuto, a vedere davvero la persona che ha davanti. Anche quello è un modo di stare dentro il mondo.

E poi ci sono tutte quelle situazioni in cui esistiamo semplicemente perché facciamo parte di un ecosistema.

Mi viene l'immagine di un albero. Finché c'è, fa parte del paesaggio, qualcuno lo conosce, magari qualcuno gli vuole persino bene. Poi un giorno cade e il bosco continua.

Se ci penso davvero, questa cosa mi mette un po' a disagio.

Il mondo continuerà.

Le persone continueranno.

Gli amici rideranno ancora, qualcuno prenderà il nostro posto al lavoro, le strade saranno ancora lì, persino le cose che consideriamo indispensabili a un certo punto impareranno a fare senza di noi.

Forse una parte dell'horror vacui sta proprio qui.

E forse una parte del rumore che costruiamo intorno a noi serve anche a non sentirlo troppo.

Ci riempiamo di cose da fare, di persone, di progetti. Inventiamo nuove mete e quando ne raggiungiamo una ne compare subito un'altra. Abbiamo un cervello di una complessità straordinaria e costruiamo intorno a noi mondi altrettanto intricati, pieni di relazioni, significati, immagini, desideri.

Passiamo una buona parte della vita a collocarci.

Ma il senso, dov'è?

C'è chi dice che non c'è.

E che va bene così.

C'è chi riesce a stare dentro una lettura molto biologica dell'esistenza senza sentirla fredda affatto: siamo animali, siamo organismi, abbiamo una storia evolutiva, e una parte enorme di quello che facciamo ha a che fare con il sopravvivere, il riprodurci, il restare dentro un gruppo.

Può essere.

Ogni tanto però mi diverte pensare alle forme.

Ci sono animali che costruiscono rituali di corteggiamento meravigliosamente complicati.

Noi facciamo un reel.

Un talk show. Un post. Mettiamo un like, facciamo una battuta, pubblichiamo una fotografia in cui sembriamo particolarmente belli o particolarmente intelligenti. A volte ci rendiamo persino volontariamente ridicoli pur di far ridere qualcuno.

Insomma, in modi sofisticatissimi continuiamo a dire:

guardami.

Io sono qui.

Questa cosa mi appare ancora più evidente quando penso alle passioni.

Prendi uno che abbia dedicato dieci anni al CrossFit. Dentro quel mondo c'è tutto: ore di allenamento, fatica, persone che diventano punti di riferimento, sconfitte che bruciano, risultati che magari per mesi sembravano impossibili. Esistono campioni che non raggiungerai mai oppure, in qualche caso, sei diventato tu quello che gli altri guardano.

Hai raggiunto una vetta.

E io posso guardarti e pensare, con assoluta sincerità:

non me ne frega niente.

Del calcio, del CrossFit, del salto in lungo. Non mi interessa, non lo vivo, non lo cago. Se domani il CrossFit scomparisse dal pianeta probabilmente la mia vita non cambierebbe di un millimetro.

Eppure quella gara alla quale hai dedicato dieci anni può essere uno dei giorni più importanti della tua vita.

Questa cosa mi affascina.

Perché il tuo significato non diventa falso soltanto perché non è il mio.

Quel mondo, per te, esiste davvero.

Tu ci sei dentro.

Ti sei collocato.

E allora a un certo punto mi sono fatto una domanda: se prendessimo tutti questi piccoli mondi e cominciassimo a spacchettarli, togliendo ogni volta il contenuto specifico, che cosa rimarrebbe?

La coppia. Il figlio. Il lavoro. Lo sport. La politica. La fede. I social.

Cose diversissime.

Eppure, sotto, mi sembra di intravedere qualcosa che ritorna.

Ho cominciato a chiamarlo matrice.

Non una cospirazione e nemmeno un programma segreto che qualcuno ci ha installato dentro. Intendo una struttura più semplice, quasi banale quando la dici: il bisogno di trovare un posto dentro qualcosa che ci restituisca valore, appartenenza, una ragione sufficientemente buona per esserci.

E forse è proprio questa parte comune che ci permette di intuire qualcosa anche quando guardiamo mondi lontanissimi dal nostro.

Posso immaginare un uomo cresciuto in una foresta amazzonica. Non conosco il suo mondo e non ho nessuna intenzione di usarlo come figurina antropologica per dimostrare una teoria. Immagino semplicemente una persona cresciuta dentro rapporti, priorità e rituali molto diversi dai miei.

Eppure riesco a immaginare che anche lui abbia qualcuno che ama, qualcosa che teme, un posto tra gli altri. Qualcosa per cui vale la pena alzarsi la mattina e altre cose che per lui non valgono niente.

Lui abita il suo mondo.

Io abito il mio.

Poi i mondi si incontrano e succedono cose strane.

Immagino una piccola comunità di montagna nella quale arriva improvvisamente una tecnologia che prima non apparteneva a quell'orizzonte. Non significa che quelle persone fossero incomplete prima e nemmeno che desiderassero segretamente qualcosa che non conoscevano. Semplicemente compare una possibilità nuova e, insieme alla possibilità, può nascere un desiderio che prima non esisteva.

Succede continuamente anche a noi.

Non sapevamo di aver bisogno di qualcosa finché qualcuno non ce l'ha mostrata.

E mentre facevo questo ragionamento è successa una cosa abbastanza stupida e, proprio per questo, bellissima.

Ho guardato fuori dalla finestra.

Nel buio c'erano alcune luci e, da dove mi trovavo, sembravano disegnare una gigantesca freccia luminosa.

Una freccia puntata verso il nero.

Per qualche secondo mi è sembrata perfettamente collegata a quello che stavo pensando.

Poi mi sono chiesto: ma quella freccia esiste davvero?

Oppure c'erano semplicemente delle luci e sono stato io, ancora una volta, a prendere qualcosa di sparso e trasformarlo in una forma capace di indicarmi una direzione?

Forse facciamo continuamente anche questo.

Cerchiamo forme.

Cerchiamo direzioni.

E ogni tanto sentiamo un bisogno fortissimo di andare oltre.

Squarciare il velo di Maya. Svegliarci da Matrix. Arrivare dall'altra parte e finalmente vedere ciò che prima non vedevamo.

Anch'io conosco bene questo desiderio. Ho cercato spesso quel salto, quell'insight capace di cambiare improvvisamente il punto dal quale guardo tutto il resto.

Eppure ultimamente mi è venuto un dubbio.

Se anche il bisogno di andare oltre appartenesse alla matrice?

Possiamo dirci: io non vivo per il denaro, non vivo per il calcio, non vivo per il consenso degli altri. Io cerco qualcosa di più grande. Cerco il risveglio.

Va bene.

Ma anche quello può diventare un posto nel quale collocarsi.

Quello spirituale.

Quello che ha capito.

Quello che vede il gioco mentre gli altri dormono.

E dopo un po' magari trovi altri che parlano la tua lingua, arrivano maestri, gruppi, rituali, appartenenze. Nascono persone che sono più avanti e altre che sono più indietro.

Ed eccoci di nuovo lì.

La matrice si è mangiata anche il tentativo di uscirne.

Significa soltanto che non so più se esista davvero una posizione dalla quale possiamo dire con certezza: ecco, adesso sono fuori.

Forse perfino essere consapevoli della matrice può diventare il nostro nuovo posto preferito.

«Io sono quello che ha capito la matrice.»

Che fregatura.

E qui arriva un ultimo pensiero, che negli ultimi anni è diventato difficile evitare.

L'intelligenza artificiale.

Non perché penso che una macchina sia un essere umano. Sarebbe un'affermazione enorme, e non ho nessun motivo per farla.

La cosa che mi inquieta è molto più semplice.

Questi sistemi riescono già a riprodurre una quantità impressionante dei nostri modi. Possono conversare, costruire un ragionamento, riconoscere forme narrative e restituirci qualcosa che, qualche volta, produce persino quella strana sensazione che chiamiamo sentirsi capiti.

Questo articolo, per esempio, nasce anche da lì.

Io ho parlato a una macchina.

La macchina mi ha restituito qualcosa.

Io ho letto e alcune volte ho pensato: sì, è questo.

Altre volte ho pensato immediatamente: no. Questa roba non sono io.

Poi ho corretto, rimesso dentro parole che erano state pulite troppo bene, tolto strutture che suonavano artificiali. Ho persino discusso con più intelligenze artificiali sul significato di qualcosa che, alla fine, stavo cercando di capire io.

La situazione ha qualcosa di comico.

E anche qualcosa di inquietante.

Perché se una macchina può imparare così bene tanti dei nostri modi di parlare, raccontare e costruire apparentemente relazione, allora la domanda diventa inevitabile.

Vuol dire che siamo soltanto pattern?

Non lo so.

Non credo nemmeno che da quello che vediamo oggi si possa concludere una cosa del genere.

Ma mi resta addosso un'altra domanda.

Che cosa, in tutto questo, non è soltanto grammatica?

E quando continuo a utilizzare una parola come presenza, che cosa sto indicando davvero?

Non ho una risposta.

Fuori dalla finestra quelle luci continuano, almeno nella mia testa, a formare una freccia.

Forse continuiamo a indicare il buio perché abbiamo bisogno che da qualche parte ci sia un oltre.

Ma non so se quell'oltre esista davvero.

E soprattutto non so se il bisogno di cercarlo sia ciò che ci permette di uscire dalla matrice,

o una delle sue forme più antiche.

Emanuele MorandiCounselor · Educatore · Teatrante

Riferimenti e letture

Questo articolo è una riflessione personale. “Matrice” è il termine che uso qui per nominare un'ipotesi interpretativa, non una teoria scientifica. Gli esempi della foresta amazzonica e della comunità di montagna sono esplicitamente immaginativi e non vengono presentati come descrizioni etnografiche.

I riferimenti seguenti sostengono soltanto alcuni passaggi fattuali del testo:

  1. Nao Ota, Manfred Gahr, Masayo SomaTap dancing birds: the multimodal mutual courtship display of males and females in a socially monogamous songbird. Scientific Reports, 5, 16614, 2015.Documenta forme di corteggiamento multimodali e molto elaborate negli uccelli.
  2. Stefanie Helene KleinThe effects of human-like social cues on social responses towards text-based conversational agents — a meta-analysis. Humanities and Social Sciences Communications, 12, 1322, 2025.Meta-analisi su 142 lavori e oltre 41.000 partecipanti: i segnali umanizzati dei chatbot producono, in media, maggiori risposte sociali negli utenti.
  3. Matan Rubin et al.Comparing the value of perceived human versus AI-generated empathy. Nature Human Behaviour, 9, 2345–2359, 2025.Nove studi su oltre 6.000 partecipanti sulla percezione dell'empatia attribuita a risposte umane o generate dall'intelligenza artificiale.

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