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Il copione e la ghianda

Un viandante cammina fra una vecchia mappa e una quercia luminosa, con una ghianda in primo piano
La vecchia mappa, il corridoio e la possibilità di scegliere.

C'è un momento — quasi sempre in mezzo a una discussione qualunque, con il telefono in mano o la mano sulla maniglia della porta — in cui ti accorgi di aver già vissuto questa scena. Stessa frase. Stesso tono. Stesso modo di andartene, o di restare, o di abbassare la voce proprio in quel punto. E per un secondo ti chiedi: sono io a scegliere, o sto solo recitando bene una parte che ho imparato da qualche parte tanto tempo fa?

Il 19 e il 20 giugno ho passato un weekend a Genova, in un corso introduttivo di Analisi Transazionale organizzato dall'associazione J.E.T. — lo chiamano, con poca fantasia e molta chiarezza, "AT 101". Lì dentro si parla parecchio di una cosa che si chiama copione di vita. La conoscevo già, almeno sulla carta. Ma sentirla nominare in un'aula piena di persone che stavano tutte, in un modo o nell'altro, riconoscendo qualcosa di sé, è diverso da leggerla in un libro.

La mappa vecchia

Un copione di vita, spogliato di ogni tecnicismo, è una mappa che ti sei disegnato da bambino.

Non con la matita. Con l'esperienza. Hai imparato cosa ti faceva ottenere attenzione e cosa te la faceva perdere. Hai imparato dove stava il pericolo e dove stava, invece, un po' di pace. E da quella mappa hai ricavato delle regole — quasi mai dette a voce alta, quasi mai scelte consapevolmente — su come si sta al mondo senza farsi troppo male.

Il problema non è che la mappa fosse sbagliata. Per anni ti ha portato esattamente dove dovevi andare.

Il problema è che il territorio, nel frattempo, è cambiato. E tu, spesso, stai ancora seguendo le stesse strade — anche quando portano in vicoli che non esistono più.

Il copione non è un difetto. È una vecchia mappa che continuiamo a consultare per abitudine, anche in una città che non abbiamo più davanti.

La ghianda

Poi c'è un'altra immagine, che arriva da tutt'altra parte — dalla psicologia archetipica di James Hillman — e che da anni continuo a portarmi dietro.

Pianta una ghianda. Aspetta. Non crescerà mai un pino, né un ulivo, né niente che non sia già, in potenza, dentro quel piccolo seme duro. Crescerà una quercia, e basta. Come se la forma finale fosse già scritta da qualche parte, aspettando solo il tempo e la terra giusta per manifestarsi.

Lo psicologo James Hillman ha costruito su questa immagine un libro intero, Il codice dell'anima, e un'idea che a molti sembra scomoda: forse ogni vita porta già con sé una direzione — un carattere, una vocazione, qualcosa che lui chiama daimon — che continua a chiamarci verso una forma, anche mentre stiamo ancora imparando a memoria la storia che ci hanno consegnato.

Va detto con la massima onestà, perché è il punto che mi sta più a cuore: non è una teoria scientifica. Nessuno l'ha dimostrata, e nessuno può dimostrarla. È un'immagine. Un modo di guardare, non una scoperta. Ma certe volte un modo di guardare basta a cambiare tutto quello che vedi dopo.

Due mappe, non un duello

Non credo abbia senso far combattere queste due idee, come se una dovesse vincere sull'altra.

Parlano lingue diverse. Il copione guarda indietro: da dove vengo, cosa ho imparato, cosa continuo a ripetere. La ghianda guarda avanti, o meglio guarda a qualcosa che sembra già intero e aspetta solo di essere riconosciuto: verso cosa sembra tendere questa vita?

Ed è proprio tenendole separate — senza fingere che dicano la stessa cosa — che per me hanno cominciato a parlarsi. Perché nasce una domanda semplice, quasi banale a dirla, eppure capace di cambiare una giornata intera:

Quanto di ciò che chiamo "carattere" è in realtà solo la vecchia mappa? E cosa, invece, è la quercia che sta ancora cercando di crescere sotto quella mappa?

Non lo so con certezza. Non credo di doverlo sapere. Mi basta tenere la domanda aperta, invece di chiuderla troppo in fretta con una risposta rassicurante.

Tra le due immagini, Jung apre un'altra possibilità: il processo di individuazione non consiste nel ritrovare un "vero Io" nascosto sotto tutto il resto, ma nell'ampliare progressivamente ciò che possiamo essere, entrando in relazione anche con le parti di noi che ancora non conosciamo o non riconosciamo.

Non basta ribellarsi

C'è un piccolo inganno, in tutto questo, in cui è facile cadere.

Potresti pensare che uscire dal copione significhi fare il contrario di quello che hai imparato. Non funziona così semplice.

Se da bambino ti hanno insegnato "devi essere sempre quello forte, quello che non crolla mai", puoi passare la vita a non crollare mai. Oppure puoi passare la vita a crollare in modo plateale a ogni minima difficoltà, giurando a te stesso che tu, almeno tu, non sarai mai come chi ti ha cresciuto.

Sembrano due persone opposte. Sono la stessa persona, che gira intorno allo stesso comando da due lati diversi della stanza.

Obbedire non è libertà.
Ribellarsi non è ancora libertà.
Scegliere è l'inizio della libertà.

E scegliere, quasi sempre, vuol dire smettere di definirsi contro qualcosa — e cominciare a chiedersi, con calma, cosa abbia davvero senso adesso.

Universi paralleli del Sé

C'è un'immagine che uso spesso, nel mio lavoro, e che chiamo — un po' per gioco, un po' sul serio — gli universi paralleli del Sé.

Niente fisica quantistica. Nessuna versione di te che vive davvero altrove. Solo questo: dentro ognuno di noi convivono più possibilità di quante ne realizzeremo mai. La te che ha preso quella strada. Quella che avrebbe potuto prenderne un'altra. Quella che non ha ancora trovato il coraggio. Sono strade non prese, non persone reali — ma restano lì, come luci accese in fondo a un corridoio che non hai ancora imboccato.

Il copione tende a spegnerle una a una, silenziosamente, scegliendo sempre strade compatibili con la storia che già conosce. Poi, certe volte, succede qualcosa — un amore, un lutto, una malattia, un viaggio, una crisi abbastanza vera da rompere lo schema — e per un attimo una di quelle luci si riaccende. Non è un miracolo. È una fessura. Ma a volte basta.

Il corridoio

Gli antropologi hanno un nome per quel momento: liminalità. È lo spazio del corridoio, non della stanza. Non sei già più chi eri. Non sei ancora chi diventerai. È scomodo starci, e la tentazione è sempre quella di riempirlo in fretta con qualunque cosa — una nuova certezza, una nuova etichetta, un nuovo copione travestito da libertà.

Forse una parte del cambiamento vero è proprio imparare a restare nel corridoio un po' più a lungo del necessario, senza fingere di essere già arrivati da qualche parte.


Non so se dentro ognuno di noi esista davvero una ghianda. Non so se una parte di questa vita fosse già scritta prima ancora di cominciare a viverla. E, con il tempo, ho smesso di sentire il bisogno di saperlo con certezza.

Mi basta osservare questo: ci sono momenti in cui la vita che ti sei costruito smette di contenerti. Le vecchie strategie funzionano ancora — a modo loro — ma non ti somigliano più. Il copione continua a parlare. E qualcosa, sotto, comincia lentamente a rispondere.

Quanto della tua vita, oggi, la stai scegliendo davvero — e quanto la stai semplicemente ripetendo?

Non serve rispondere subito.


Emanuele MorandiCounselor · Educatore · Teatrante

Riferimenti e letture

L'occasione da cui nasce questa riflessione è il corso introduttivo di Analisi Transazionale "AT 101", Genova, 19–20 giugno 2026, a cura di J.E.T. — Jesuit Encounter Training.

  1. Eric BerneWhat Do You Say After You Say Hello? The Psychology of Human Destiny. 1972.Il testo in cui Berne sviluppa in modo più esteso la teoria del copione di vita come piano costruito nell'infanzia.
  2. James HillmanThe Soul's Code: In Search of Character and Calling. 1996; trad. it. Il codice dell'anima.La teoria della ghianda, presentata dall'autore come lettura archetipica e non come tesi sperimentale.
  3. International Association for Analytical Psychology (IAAP)Sé e individuazione nel pensiero di Carl Gustav Jung. Materiali di psicologia analitica.
  4. Arnold van Gennep; Victor TurnerI riti di passaggio; Il processo rituale. 1909; 1969.Sul tema della liminalità come soglia tra un'identità e la successiva.

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