← Torna al Blog

Io vedo. L’umiltà necessaria dello sguardo

Un grande occhio dipinto fra onde, tentacoli e colori, immagine del vedere e dell’essere visti
Vedere senza trattenere.

Io vedo. A volte è una fortuna, a volte pesa.

Vedo quando una persona entra in una stanza e porta con sé una tempesta anche se sorride. Vedo quando parla per difendersi, quando tace per non crollare, quando ride troppo forte per non farsi trovare dal dolore. Vedo il gesto piccolo, la parola spostata di pochi millimetri, lo sguardo che dura un istante in più o un istante in meno.

Vedo la forza degli altri, ma anche il punto in cui quella forza è cucita male. Vedo quanto una persona può essere incredibile, la sua possibilità, il modo in cui potrebbe diventare più vera, più libera, più intera. Ma vedo anche quanto può cadere in fretta. A volte basta una frase, una paura, una ferita antica che si riapre senza chiedere permesso.

Vedo chi mi ama e chi mi sopporta. Vedo chi mi cerca e chi mi usa. Vedo quando piaccio e quando, semplicemente, sto in culo. Vedo quando una mia parola arriva al centro e quando sto soltanto consumando fiato.

Una grazia feroce

Vedere dà potere, ma non dà pace. Permette di orientarsi nei rapporti, riconoscere movimenti invisibili, sentire il peso delle parole prima che vengano dette. Condanna anche a non poter fingere troppo, a non potersi raccontare di non aver capito, sentito, visto.

Chi vede non abita mai del tutto la superficie. Ogni incontro diventa uno specchio. Nell’altro riconosco pezzi di me: il bambino ferito, il controllore, il salvatore, il giudice, il viandante, il teatrante, l’uomo che vuole essere casa e insieme restare libero.

L’altro mi mostra ciò che sono, ciò che temo, ciò che desidero e ciò che ancora non ho avuto il coraggio di diventare.

La trappola

Il vedere ha una trappola: credere che, siccome vedo, allora so. E siccome so, allora devo intervenire. E siccome devo intervenire, allora l’altro diventa un compito.

Posso accorgermi di qualcosa senza possedere la verità, entrare senza permesso o assumermi il compito di salvare.

A volte vedo davvero. A volte intuisco. A volte riconosco. A volte, però, sto soltanto guardando il mondo attraverso una mia ferita antica. Questa è l’umiltà necessaria dello sguardo.

Lo sguardo può curare, ma può anche invadere. Può accompagnare, ma anche giudicare. Può essere lanterna oppure lama.

Vedere senza amore diventa sentenza. Vedere senza confini diventa controllo. Vedere senza riposo diventa condanna. Vedere con presenza diventa testimonianza.

Lasciare a terra ciò che non è mio

Non voglio smettere di vedere. Sarebbe impossibile. Sarebbe come chiedere al mare di dimenticare il movimento, al fuoco di diventare pietra, al cuore di battere soltanto nei giorni comodi.

Voglio, però, imparare a vedere senza bruciarmi. Vedere e non portare tutto. Vedere e non correggere tutto. Vedere e non salvare tutti. Vedere senza trasformarmi in una sentinella eterna, sempre sveglia, sempre armata, sempre con l’anima appoggiata alla porta del mondo.

Una parte di ciò che vedo appartiene all’altro. Posso lasciarla lì, rispettarla e restare presente senza caricarmela sulle spalle.

Qui comincia una libertà concreta: la distanza tra il controllore e il testimone, tra chi invade e chi accompagna, tra chi pretende di sapere e chi resta presente.

Una casa con le finestre aperte

Vedere davvero significa anche sapere quando abbassare lo sguardo. Quando lasciare che l’altro faccia il proprio cammino. Quando non rubargli la caduta, perché a volte persino cadere è un diritto sacro.

Io vedo. E proprio per questo scelgo di non fare del mio sguardo una prigione.

Scelgo di farne una casa con le finestre aperte. Una lanterna, non un faro puntato negli occhi. Una presenza, non una sentenza.

Io vedo. Ma ora imparo anche a lasciare andare.

Riferimenti e letture

È un testo personale sul confine tra intuire e sapere. I riferimenti aiutano a tenere quel confine dentro una relazione fondata su ascolto, congruenza e rispetto dell’esperienza dell’altro.

  1. Carl R. RogersThe Necessary and Sufficient Conditions of Therapeutic Personality Change. 1957; Journal of Consulting Psychology, 21(2), 95–103.Il testo classico sulle condizioni relazionali del cambiamento.
  2. Carl R. RogersA Way of Being. 1980; Houghton Mifflin.Una riflessione matura sulla presenza e sull’ascolto non direttivo.

Se ti è stato utile, puoi condividerlo.

WhatsApp

UN JOLLY ALLA SETTIMANA

Vuoi ricevere il prossimo Jolly?

Nel Canale WhatsApp condivido, più o meno una volta alla settimana, articoli, domande e immagini che meritano un po’ di calma.

Segui il Canale WhatsApp Non è un gruppo: chi segue non vede i numeri degli altri e può uscire in ogni momento.