La soglia e il ritorno

Molte culture, in un modo o nell'altro, hanno costruito forme di prova e di passaggio.
Un digiuno. Una notte da soli. Un viaggio. Un rito. Un tempo lontano dalla comunità.
Poi ci sono prove che nessuno prepara. Una malattia. Un lutto. Una separazione. Una crisi che arriva senza bussare e ci sposta comunque dal luogo nel quale eravamo.
Non credo che un rito e una crisi siano la stessa cosa. Sarebbe una semplificazione. Ma a volte, guardandoli da lontano, mostrano una forma simile: qualcosa ci separa da ciò che conoscevamo, ci ritroviamo in una zona in cui le vecchie coordinate funzionano meno e, a un certo punto, dobbiamo capire come tornare.
Ed è proprio quel ritorno che mi interessa.
Perché vivere qualcosa non significa necessariamente esserne trasformati.
Ho già scritto, in Attraversare lo specchio, delle relazioni come specchio: non perché l'altro decida chi siamo, ma perché nell'incontro qualcosa di noi risuona e possiamo scegliere se riconoscerlo oppure no.
Qui vorrei fare un passo oltre.
Che cosa accade dopo aver visto?
La leva
Me la raccontò come si racconta una guerra dalla quale, in qualche modo, si è tornati.
Era seduto composto su una sedia che sembrava quasi troppo piccola per contenere tutto quello che aveva da dire. C'erano stati anni di eccessi, notti diventate giorni, città ridotte a sfondi intravisti dal finestrino, un corpo che aveva retto molto più di quanto avrebbe dovuto.
Non ne parlava con vergogna. E nemmeno con nostalgia.
Ogni tanto abbassava gli occhi e fissava un punto sul pavimento come se lì fosse rimasto qualcosa da leggere.
A un certo punto mi disse una frase che ricordo più nel significato che nelle parole esatte. Suonava più o meno così: «Ho capito che continuavo a scappare da qualcosa che prima o poi avrei dovuto guardare».
Oggi lavora con adolescenti in difficoltà.
Chi lo incontra adesso vede una persona capace di aspettare un silenzio senza riempirlo, di stare vicino a chi è confuso senza avere fretta di sistemarlo.
E forse è proprio questa la cosa che mi colpì di più.
Non aveva cancellato ciò che era stato.
Aveva trovato un modo per usarlo.
La sua esperienza non era diventata bella. Il dolore non era stato trasformato retroattivamente in una fortuna, come se tutto quello che ci ferisce dovesse necessariamente «servire a qualcosa».
Non credo a questa forma di consolazione.
Il dolore può essere semplicemente dolore.
Ma qualche volta ciò che abbiamo vissuto cambia posizione dentro di noi. Smette di essere soltanto qualcosa che ci è successo e diventa anche un luogo dal quale possiamo comprendere.
Mi disse qualcosa che non ho più dimenticato: «Io quel posto lo conosco. Non da un libro. Da dentro.»
Quella frase contiene, per me, una distinzione importante.
Soffrire non rende automaticamente migliori. Non rende più profondi, più saggi o più capaci di aiutare gli altri.
Ma ciò che facciamo con la nostra esperienza può trasformarla.
Viktor Frankl ha scritto molto sulla possibilità di trovare un significato anche dentro condizioni che non abbiamo scelto. Non significa che possiamo decidere arbitrariamente ciò che ci accade, né che basti «pensare positivo» davanti alla sofferenza.
Significa qualcosa di più sobrio: anche quando il nostro margine è stretto, il modo in cui prendiamo posizione davanti a ciò che è accaduto continua ad avere un peso.
Ed è in quello spazio che, qualche volta, compare una leva.
La domanda allora diventa inevitabile: perché alcune persone riescono ad afferrarla e altre no?
Riprendersi una parte della storia
Non credo che chi riesce a trasformare una crisi sia semplicemente più forte.
La vita mi ha mostrato troppe volte il contrario.
Credo però che arrivi un momento nel quale, quando ci sono le condizioni per farlo, diventa necessario smettere di raccontarsi soltanto attraverso ciò che è stato fatto a noi.
Quel soltanto è importante.
Perché riconoscere ciò che abbiamo subito è necessario. Le responsabilità altrui non scompaiono. Una violenza resta una violenza. Un abbandono resta un abbandono. Un'ingiustizia non diventa improvvisamente responsabilità di chi l'ha ricevuta.
Non si tratta di questo.
Si tratta di aggiungere una domanda: adesso, con quello che è successo, io che cosa posso fare?
Non cancella il passato.
Introduce una possibilità nel presente.
Finché la mia storia può essere raccontata soltanto come ciò che il mondo mi ha fatto, una parte enorme della mia vita rimane inevitabilmente nelle mani di ciò che è già accaduto.
Quando riesco a chiedermi che cosa ne sto facendo oggi, qualcosa cambia.
Non divento improvvisamente autore di tutto.
Ma forse posso tornare autore di una pagina.
E qualche volta una pagina basta per cambiare la direzione del racconto.
Nel counseling accade spesso di assistere a momenti così. Una persona vede una connessione che prima non riusciva a vedere. Riconosce uno schema. Comprende qualcosa del proprio modo di stare nelle relazioni o di continuare a ripetere una vecchia risposta.
Potremmo chiamarlo insight.
Ma l'insight non è sempre il momento luminoso che ci piace immaginare.
A volte è scomodo.
Perché dopo aver visto una cosa diventa più difficile comportarsi come se non esistesse.
La domanda cambia.
Non è più: perché mi succede sempre questo?
Diventa: adesso che lo vedo, che cosa me ne faccio?
Ed è lì che la responsabilità comincia a pesare.
Il punto d'appoggio
Qui entra anche il mio ruolo, quando accompagno qualcuno.
E soprattutto entra il suo limite.
Non posso accelerare quel passaggio.
A volte vorrei. Quando vediamo una persona soffrire, la tentazione di portarla rapidamente dall'altra parte è forte.
Ma non funziona così.
E probabilmente non sarebbe nemmeno giusto.
Posso ascoltare. Posso restituire ciò che sento e ciò che vedo. Posso fare una domanda che, magari, crea una piccola crepa in una storia diventata troppo stretta.
Posso accompagnare.
Ma la soglia non è mia.
Non posso viverla al posto dell'altro, né posso decidere io quando per lui sia arrivato il momento.
Per molto tempo avrei detto che, per cambiare davvero, bisogna già stare almeno un po' bene.
Oggi non lo direi più così.
Credo piuttosto che serva un punto d'appoggio.
Può essere qualcosa dentro di noi: una minima capacità di stare vicino a ciò che sentiamo senza esserne completamente travolti.
Oppure può essere fuori: una relazione affidabile, qualcuno che resta, un luogo sicuro, una comunità, un percorso nel quale possiamo deporre per qualche momento le difese.
A volte il punto d'appoggio è minuscolo.
Ma da qualche parte il piede deve poter poggiare.
Non per evitare la salita.
Per riuscire a farla.
Quando non si torna
Ricordo un ragazzo incontrato molti anni fa.
Aveva visto, molto prima di quanto sarebbe stato giusto, cose che nessuno dovrebbe dover imparare così presto.
Portava quella storia anche nel corpo. Nel modo di sedersi. Nel modo di controllare la stanza. Nel tenere le mani ferme dentro le tasche anche quando era immobile, come se una parte di lui dovesse essere sempre pronta.
Negli ultimi incontri ebbi più volte la sensazione che qualcosa si fosse aperto.
Ricordo soprattutto una porta.
Si stava infilando la giacca. Ci guardammo per forse due secondi. Niente di cinematografico. Nessuna rivelazione. Ma ebbi la sensazione netta che, per un momento, un'altra strada fosse diventata visibile.
Per molto tempo ho raccontato a me stesso quella scena in un modo preciso.
Pensavo: l'aveva vista e aveva scelto di non prenderla.
Oggi sono molto meno sicuro di poterlo dire.
E penso che questa incertezza sia importante.
Forse aveva scelto.
Forse aveva paura.
Forse ciò che conosceva, per quanto doloroso, continuava a essere più abitabile di qualcosa che non aveva mai sperimentato.
Forse non aveva ancora abbastanza appoggi.
Forse io avevo visto una possibilità per lui che lui non sentiva ancora come propria.
Forse tutte queste cose insieme.
Il rischio, quando accompagniamo qualcuno, è anche questo: innamorarci della strada che immaginiamo per lui.
Ma quella strada resta nostra finché l'altro non la riconosce come propria.
La libertà non è una porta spalancata davanti alla quale tutti abbiamo la stessa possibilità di entrare.
Esiste dentro una storia. Dentro un corpo. Dentro condizioni materiali, relazioni, paure, risorse, occasioni.
Eppure credo che, dentro questi limiti, rimanga anche uno spazio personale.
Quanto sia grande non posso deciderlo io.
Cambia da persona a persona. E cambia nella stessa persona, in momenti diversi della vita.
È quello spazio che cerco quando lavoro con qualcuno.
Non per indicargli dove andare.
Ma perché possa accorgersi che, forse, una possibilità esiste.
Tornare
Arnold van Gennep, studiando i riti di passaggio, descrisse tre grandi movimenti: la separazione dalla condizione precedente, una fase intermedia di soglia e infine l'incorporazione, la reintegrazione in una nuova condizione.
Victor Turner approfondì proprio quello spazio intermedio: la liminalità.
Lo spazio di mezzo.
Non siamo più pienamente ciò che eravamo, ma non siamo ancora ciò che diventeremo.
Joseph Campbell ha ritrovato una struttura simile nei miti: separazione, iniziazione, ritorno.
E del ritorno parla come del lavoro finale.
Mi piace questa parola.
Lavoro.
Perché tornare non significa semplicemente uscire dalla prova.
Significa riuscire a riportare qualcosa nella vita ordinaria.
Un modo diverso di stare in una relazione.
Una scelta che prima non riuscivamo a fare.
Un limite che finalmente sappiamo riconoscere.
La capacità di raccontare ciò che ci è successo senza essere costretti ogni volta a riviverlo.
Possiamo vivere esperienze enormi e restare, dentro, esattamente nello stesso punto.
A volte raccontiamo molto bene ciò che abbiamo vissuto.
Costruiamo perfino un'identità intorno a ciò che abbiamo vissuto.
Ma la domanda resta: che cosa è cambiato nel modo in cui vivo?
Forse la trasformazione non si misura da quanto lontano siamo andati.
Si misura da come torniamo.
Le due storie raccontate in questo articolo nascono da esperienze reali, ma sono state trasformate in narrazioni composite. Dettagli, tempi, circostanze e parole sono stati modificati affinché nessuna persona reale sia riconoscibile. Restano vere nella sostanza dell'incontro, non nella cronaca.
Alla fine, allora, non mi interessa chiederti soltanto: che cosa hai attraversato?
Mi interessa di più un'altra domanda: che cosa hai riportato indietro con te?
Perché alcune soglie ci cambiano soltanto quando riusciamo a tornare nella nostra vita e ad abitarla in modo diverso.
Non serve rispondere subito.
Ma questa, almeno per me, è una domanda che vale il viaggio.
Riferimenti e letture
Riferimenti e letture indicati nell’articolo.
- Viktor E. FranklMan's Search for Meaning. opera originaria pubblicata in tedesco nel 1946; prima traduzione inglese 1959; trad. it. Uno psicologo nei lager.Sul significato, sulla responsabilità e sul margine di libertà personale anche in condizioni fortemente limitanti.↗
- Arnold van Gennep; Victor TurnerI riti di passaggio; Il processo rituale. 1909; 1969.Sulla struttura dei riti di passaggio e sulla condizione liminale, lo spazio tra una condizione lasciata e una non ancora pienamente acquisita.↗
- Joseph CampbellThe Hero with a Thousand Faces. 1949; trad. it. L'eroe dai mille volti.Sulla struttura separazione–iniziazione–ritorno e sulla centralità del ritorno come lavoro conclusivo del viaggio.↗
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