La sindrome di Goku
Non stai tornando indietro. Forse stai incontrando lo stesso punto da un'altra altezza.

Confessione, prima ancora di iniziare: da bambino leggevo Dragon Ball sdraiato sul mio letto, e quei fumetti li ho ancora: oggi, a più di quarant'anni, stanno in un mobile con la porta a vetri, in taverna, un po' come una reliquia esposta con orgoglio invece che nascosta.
Per anni ho pensato fosse solo nostalgia. Poi ho iniziato a fare un mestiere in cui passo le giornate ad ascoltare vite vere, con problemi veri, e mi sono accorto di una cosa abbastanza imbarazzante: mi ritrovavo sempre più spesso a citarlo — non perché ci pensi in continuazione mentre lavoro, ma perché, per quanto semplice, resta uno dei modi più efficaci che conosco per spiegare quello che faccio, sia a una persona sia a un gruppo intero.
Non per deformazione professionale da nerd — giuro, sto benissimo — ma perché quel fumetto aveva già raccontato qualcosa che avrei incontrato molto più tardi anche nel lavoro con le persone.
La formula è quasi sempre la stessa. Arriva un nemico che sembra definitivo. Ti manda al tappeto, ti mette in crisi non solo nella forza ma proprio nell'idea di chi sei. Poi ti rialzi, ti alleni come un pazzo e, con fatica, qualche volta quasi per miracolo, vinci.
Segue un tempo di pace.
Breve.
Perché prima o poi arriva qualcun altro. Più forte, più sottile, con una faccia diversa e qualcosa di stranamente familiare.
Ecco: questa non è soltanto la trama di un fumetto per ragazzi.
Assomiglia parecchio alla vita adulta.
Occhio: non è un cerchio, è una spirale
C'è una domanda che sento tornare nel mio lavoro, detta ogni volta in modo diverso:
Perché continua a succedermi sempre la stessa cosa?
Perché continuo a ritrovarmi accanto una persona che mi fa stare male, nonostante abbia lavorato tanto su di me?
Perché, appena mi sento più forte, la paura di restare solo torna a bussare?
Perché quell'emicrania, già passata altre volte, riesce ancora a terrorizzarmi quasi più per la possibilità che ritorni che per il dolore in sé?
Da dentro, un cerchio e una spirale possono sembrare molto simili: torni continuamente vicino allo stesso punto.
La differenza è che, nella spirale, non sei più esattamente dove eri prima.
E questa differenza conta parecchio.
Il cerchio è quello che si ripete senza che cambi davvero il nostro modo di stare dentro alla ripetizione. Continuiamo a leggere noi stessi con gli stessi strumenti, ad attribuire tutto fuori, a raccontarci la stessa storia. Il problema è sempre l'altro, la sfortuna, il mondo, il demone che è troppo forte.
E a volte quella ripetizione costruisce persino una forma di sicurezza.
Una zona di comfort buia, dolorosa, ma conosciuta.
E il conosciuto, qualche volta, riesce a sembrarci più abitabile persino di qualcosa che potrebbe farci stare meglio.
La spirale comincia quando succede altro.
Non semplicemente quando decidiamo di cambiare — magari bastasse — ma quando riusciamo a guardare quel nodo da una posizione un po' diversa. Quando ci accorgiamo di qualcosa che prima non vedevamo, proviamo una risposta nuova, incontriamo un limite che non avevamo ancora riconosciuto.
Il problema può tornare.
E può tornare persino con una faccia più difficile.
Non perché la vita stia lì a prepararci un boss calibrato sul nostro livello, come un videogioco cosmico. Sarebbe una bella storia, ma non abbiamo nessun motivo per crederla vera.
Succede però che certi nodi importanti della nostra vita ritornino. E quando succede possiamo trovarci a incontrarli con qualcosa che prima non avevamo.
Un po' più di esperienza, un'altra consapevolezza, qualche cicatrice. Magari un po' meno paura.
E allora non siamo tornati semplicemente allo stesso punto.
Ci siamo tornati da un'altra altezza.
Il volto cambia. Il compito no.
Ve lo dico con esempi veri. I miei compresi.
C'è chi arriva convinto di aver finalmente risolto la propria solitudine. Ha imparato a stare da solo, ha costruito autonomia, sembra più tranquillo. Poi arriva una relazione e, senza quasi accorgersene, torna la vecchia paura di non essere abbastanza importante perché qualcuno resti.
Non significa necessariamente che tutto il lavoro precedente fosse inutile.
Può significare che lo stesso tema è comparso in una forma nuova, dentro una situazione che prima non esisteva.
C'è chi continua a incontrare "la persona sbagliata", nonostante anni di terapia, di lavoro su di sé e di buoni propositi, e a un certo punto si domanda con una certa disperazione perché il mondo continui a mandargli lo stesso copione.
A volte vale la pena spostare leggermente la domanda.
Non: perché continuo a scegliere di soffrire?
Sarebbe persino crudele.
Piuttosto:
che cosa, nella mia storia, continua a rendere quella forma di dolore familiare, riconoscibile, perfino abitabile?
E poi c'è il mio esempio, che confesso senza troppo orgoglio.
Il mio lavoro vive di relazione, e ogni relazione influenza. Uso registri diversi, parole diverse, modi diversi per raggiungere chi ho davanti. So bene quanto sia sottile il confine tra accompagnare e orientare troppo.
C'è chi chiamerebbe questa capacità un'arte della manipolazione, e non sarebbe del tutto sbagliato.
La differenza, per me, sta nel fatto che quella capacità non può diventare un modo per portare l'altro dove voglio io.
Poi capita di incontrare qualcuno abbastanza lucido da guardarmi dritto e dirmi:
"Non voglio farmi manipolare da te."
E lì sto malissimo.
Perché penso: cavoli, questo punto credevo di averlo già guardato. Credevo di averci già lavorato abbastanza.
E invece eccolo.
Di nuovo.
Con una faccia più sottile e molto più difficile da liquidare.
E se scavo, sotto ci trovo ancora qualcosa che conosco: la paura di non bastare se non controllo, una parte della solitudine travestita da tecnica.
Il volto cambia.
Il compito, spesso, resta simile: guardare quello che succede, non scaricarlo immediatamente fuori, non dichiararlo risolto soltanto perché per un po' non si è fatto vedere.
Quando il nemico diventa alleato
In Dragon Ball c'è una cosa che mi ha sempre affascinato.
Alcuni degli avversari più importanti di Goku, quelli che inizialmente sembrano irriducibilmente dall'altra parte, finiscono per diventare alleati. Qualcuno persino amico.
Ed è qui che la metafora, almeno per me, diventa interessante davvero.
Perché forse alcune parti di noi funzionano allo stesso modo.
Possiamo passare anni a cercare di eliminare la paura della solitudine, il bisogno di controllo, la rabbia, la fragilità che proviamo a nascondere, come se il nostro compito fosse diventare finalmente persone senza quelle parti.
Ma loro tornano.
E forse non tornano perché dobbiamo vincere meglio.
Forse tornano anche perché sono nostre.
Integrarle non significa lasciare che comandino. Non significa dire: "Sono fatto così" e trasformare qualsiasi comportamento in un destino inevitabile.
Significa riuscire a guardarle senza comportarsi come se fossero un'invasione aliena.
La paura può restare paura e smettere di essere il nemico. La rabbia può diventare un'informazione. Il bisogno di controllo può raccontarci dove non ci sentiamo sufficientemente sicuri.
Quello che prima volevamo distruggere può diventare materiale con cui lavorare.
E forse è questo uno dei significati più interessanti dell'integrazione: non eliminare una parte di noi, ma cambiarne il ruolo nella nostra storia.
I livelli della spirale
Anche la crescita di Goku ha qualcosa di interessante.
Non arriva davvero tutta insieme.
È una progressione fatta di allenamenti, errori, maestri, sconfitte. Ogni passaggio costruisce qualcosa sopra quello precedente.
Molto più avanti, nella storia, arriva l'Ultra Istinto: una tecnica in cui il corpo riesce a reagire con una fluidità enorme, senza dover passare continuamente dal calcolo cosciente.
E la cosa che trovo ancora più bella è ciò che avviene dopo.
La versione più perfetta e controllata di quello stato richiede una grande quiete emotiva. Ma Goku, andando avanti, cerca una forma più propria dell'Ultra Istinto, nella quale possa mantenere anche le proprie emozioni.
Ed è una metafora quasi troppo perfetta per non usarla.
Perché forse il punto non è diventare persone così evolute da non provare più paura, rabbia o dolore.
Non è diventare efficienti, invulnerabili, perfettamente centrati.
Forse è riuscire a sentire tutto questo senza essere continuamente trascinati via da ciò che sentiamo.
Restare interi.
E continuare a essere noi stessi anche dentro una forma nuova.
Non è un ritorno indietro.
È un ritorno che contiene ciò che abbiamo imparato.
Fino a dove si sale
Non so dove finisca la spirale.
E diffido un po' di chi sostiene di saperlo con certezza.
Forse alcune tradizioni chiamerebbero il punto finale illuminazione, liberazione, risveglio. Forse esiste davvero una condizione in cui la lotta interiore cambia radicalmente natura. Forse no.
Non abbiamo bisogno di deciderlo qui.
Mi interessa qualcosa di molto più vicino.
La vita probabilmente continuerà a toccare alcuni dei nostri nodi.
Non sappiamo quanti, non sappiamo quando e non sappiamo con quale forza.
La domanda interessante, allora, non è se saremo finalmente immuni.
È:
da quale punto di noi li incontreremo la prossima volta?
Se sei dentro un cerchio che si ripete e, da qualche parte, senti che quel dolore è anche l'unica cosa che conosci bene, questa non è un'accusa.
Forse vale la pena chiederti che cosa stai proteggendo restando lì, e che cosa ti spaventa davvero dell'idea di uscire da quel copione.
Se invece sei già in cammino e sei stanco — stanco di lavorare su di te, di capire qualcosa e poi ritrovarti davanti allo stesso tema con una faccia nuova — non è detto che tu sia tornato indietro.
A volte sei semplicemente arrivato di nuovo vicino allo stesso punto.
Ma non sei più esattamente la persona che c'era passata la prima volta.
Forse crescere non significa smettere di incontrare gli stessi demoni.
Significa riconoscerli prima, averne meno paura e, qualche volta, scoprire che non erano venuti per essere distrutti.
Erano una parte di noi che non avevamo ancora imparato a portare con noi.
Anche Goku, in fondo, non smette mai di allenarsi.
A un certo punto, però, smette di confondere il ricominciare con il tornare indietro.
Chi vuole approfondire alcuni dei temi toccati in questo articolo può guardare al lavoro di Carl Gustav Jung sull'ombra e sul processo di individuazione, e a Joseph Campbell sul viaggio dell'eroe.
Non dicono la stessa cosa, ma entrambi offrono strumenti utili per pensare il rapporto tra crisi, trasformazione, integrazione e ritorno.
Riferimenti e letture
"La sindrome di Goku" è un'espressione narrativa utilizzata dall'autore in questo articolo. Non indica una diagnosi, una sindrome clinica o un concetto riconosciuto dalla psicologia. Dragon Ball viene utilizzato come metafora narrativa. I riferimenti fattuali al manga/anime sono stati verificati su fonti ufficiali.
Le interpretazioni sulla spirale, sui "demoni" interiori, sull'integrazione e sui processi di cambiamento sono riflessioni personali e professionali dell'autore, non vengono presentate come leggi psicologiche o scientifiche universali.
- Dragon Ball Official SiteWeekly Character Showcase #59: Piccolo from the Saiyan Arc!. 21 giugno 2022.Dalla rivalità con Goku all’alleanza contro Raditz e al ruolo di maestro di Gohan.↗
- Dragon Ball Official SiteReleased in V Jump's Super-Sized September Edition! Check Out the Story So Far in Dragon Ball Super!. 21 luglio 2022.Sulla forma dell’Ultra Istinto nella quale Goku mantiene le proprie emozioni.↗
- Dragon Ball Official SiteNew Artwork to Customize Your Loading Screen!!. 8 giugno 2022.Materiale ufficiale dedicato a Goku in Ultra Instinct -Sign-.↗
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