Le strutture che ci hanno salvato

Nel mio lavoro incontro spesso persone che non sanno esattamente cosa abbiano perso. Non parlano necessariamente di depressione, ansia o crisi evidenti. Descrivono una sensazione più sottile: quella di essersi allontanate da qualcosa di essenziale.
Hanno costruito una vita, assunto responsabilità, sviluppato competenze, imparato a funzionare nel mondo. Eppure avvertono una distanza difficile da nominare. Come se una parte di loro fosse rimasta indietro lungo il cammino.
Nel tempo ho iniziato a riconoscere in queste storie un movimento ricorrente. Un movimento che non riguarda soltanto la psicologia individuale, ma la condizione umana nel suo insieme.
Costruiamo strutture per vivere. Poi, lentamente, iniziamo a vivere per le strutture che abbiamo costruito.
La strategia che continua a proteggerci
Quando siamo vulnerabili, la vita ci chiede di adattarci. Un bambino che cresce in un ambiente imprevedibile impara a prevedere. Un bambino che non si sente al sicuro impara a controllare. Un bambino che teme di soffrire impara a trattenere emozioni, desideri o parti di sé.
Queste strategie raccontano una forma di intelligenza: sono tentativi creativi di sopravvivenza.
La difficoltà arriva dopo. Per funzionare bene, una strategia deve diventare rapida, automatica, quasi invisibile. Più è efficace, più smettiamo di accorgerci della sua presenza. La strategia diventa abitudine. L’abitudine diventa identità. Ciò che era nato come uno strumento comincia a occupare il centro della scena.
A quel punto dimentichiamo di utilizzare una modalità per proteggerci e cominciamo a crederla parte immutabile di noi. «Ho imparato a controllare per sentirmi al sicuro» si accorcia in «Io sono fatto così».
Una fortezza, prima di essere una prigione
Spesso la crescita personale viene raccontata come una guerra. Da una parte ci sarebbe il sé autentico, dall’altra una maschera da abbattere. Da una parte la verità, dall’altra l’inganno. La mia esperienza mi ha portato altrove.
Molte delle strutture che oggi ci limitano sono state, un tempo, ciò che ci ha salvati. Per questo faccio fatica a considerarle nemiche.
Una fortezza può trasformarsi in una prigione, ma prima di essere una prigione è stata una fortezza. Una corazza può impedire un abbraccio, ma prima di impedirlo ha impedito una ferita. Un controllo eccessivo può soffocare la vita, ma prima ha impedito che il caos travolgesse una parte fragile di noi.
Possiamo allora domandarci che cosa stessero cercando di proteggere, prima di tentare di distruggerle.
Il guardiano che dimentica
Da questa intuizione è nata dentro di me l’immagine di un bambino che, attraversando dolori e capovolgimenti troppo grandi per le sue risorse, crea un guardiano. Una struttura capace di controllare, prevedere, organizzare, proteggere. Un’anima di riserva incaricata di impedirgli di essere ferito ancora.
Il guardiano svolge il proprio compito con assoluta fedeltà. Protegge, contiene, mantiene in piedi il regno. E proprio perché funziona così bene accade qualcosa che nessuno aveva previsto: dimentica.
Dimentica il giorno della propria nascita. Dimentica il volto che aveva promesso di custodire. Dimentica il bambino. Quando quel bambino prova a tornare portando vulnerabilità, emozione, desiderio e cambiamento, il guardiano non lo riconosce più. Lo interpreta come una minaccia.
Non ero la vita. Ero colui che la custodiva.
Dal controllo alla custodia
Questo meccanismo non riguarda soltanto la mente umana. Attraversa famiglie, comunità e istituzioni. Le organizzazioni possono nascere per servire una causa e finire per servire principalmente la propria conservazione. Anche carriere, progetti e relazioni possono subire lo stesso destino: nascono per servire la vita e poi finiscono per sostituirsi ad essa.
La trasformazione più profonda, per come la vedo, avviene attraverso un riconoscimento. La parte protettiva può ricordare il compito per cui era nata. La vulnerabilità, a sua volta, può riconoscere che quel guardiano fu anche un rifugio.
Maturare può voler dire restituire al castello il suo posto: custode, alleato, compagno di viaggio, senza lasciargli ancora occupare il trono.
Ho affidato questa immagine anche a una favola, perché alcune verità non chiedono soltanto di essere capite. Chiedono di essere incontrate.
Riferimenti e letture
Questo articolo nasce dall’esperienza e usa la figura del guardiano come metafora. Le letture seguenti non “dimostrano” la metafora: aiutano a collocare l’idea che una difesa possa nascere per proteggere e, col tempo, diventare rigida.
- D. W. WinnicottEgo Distortion in Terms of True and False Self. 1960; The Collected Works of D. W. Winnicott.Il falso Sé è letto anche nella sua funzione originariamente protettiva.↗
- Anna FreudThe Ego and the Mechanisms of Defence. 1936; Routledge Classics.Un testo fondativo sul significato e sulla funzione dei meccanismi di difesa.↗
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