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I tarocchi come archetipi

Il Bagatto mostra a un bambino una tavola con coppa, moneta, spada e due piccoli alberi
Il simbolo non decide: apre.

Uso i tarocchi per osservare che cosa accade quando un’immagine antica, ambigua e sorprendentemente precisa entra in una domanda che ci riguarda davvero. Previsioni e sentenze restano fuori dalla stanza: la scelta appartiene alla persona.

Il Matto cammina senza una strada già scritta. La Torre rompe una forma diventata troppo stretta. La Luna confonde i contorni e fa parlare la paura. Gli Amanti non raccontano soltanto una coppia: mettono in scena il desiderio, il conflitto e la responsabilità di scegliere. Queste figure non sanno nulla di me o di chi ho davanti. Eppure possono costringerci a uscire dal racconto che ripetiamo da mesi e a guardarne finalmente un altro.

Archetipi come domande

Quando parlo di archetipi penso a forme profonde dell’esperienza umana: il viaggio, la caduta, il limite, il potere, la cura, la morte, la rinascita. Jung ha mostrato quanto queste immagini attraversino sogni, miti e vita psichica. Jodorowsky ha restituito ai tarocchi la forza di un linguaggio visivo capace di mettere in movimento una storia. Sono riferimenti importanti, non una formula da copiare e nemmeno un’investitura misteriosa.

Un archetipo, per come lo intendo, non dice «tu sei questo». Sarebbe soltanto un’altra etichetta, magari decorata meglio. Dice piuttosto: «questa figura appartiene anche alla tua esperienza? Dove la riconosci? Che cosa illumina? Che cosa stai evitando di vedere?».

Una carta non consegna una sentenza. Sposta la luce, e a volte basta questo per vedere una porta che prima sembrava un muro.

Che cosa faccio durante una consulenza

Si parte da una domanda reale. Non serve che sia perfetta: spesso arriviamo proprio perché non sappiamo ancora nominarla bene. Le carte vengono scelte o estratte e poi osservate insieme. Non mi interessa esibire un significato imparato a memoria; mi interessa vedere quale dettaglio chiama la persona, quale la irrita, quale sembra fuori posto e quale parte della scena somiglia improvvisamente alla sua vita.

La lettura diventa allora una conversazione simbolica. Io porto domande, collegamenti, conoscenza delle immagini e attenzione alla relazione. L’altra persona conserva il diritto di riconoscersi, dissentire, correggere e lasciare cadere ciò che non le appartiene. Non devo convincerla della mia interpretazione: devo aiutarla a verificare se quell’immagine rende più leggibile qualcosa di concreto.

Il confine che rende il lavoro onesto

Non chiedo alle carte di leggere la mente di un’altra persona, stabilire se qualcuno tornerà, formulare diagnosi o promettere guarigioni. Non uso il simbolo per sottrarre libertà, creare dipendenza o rivestire una mia opinione con l’autorità del destino.

Questo lavoro non sostituisce un percorso psicologico, psicoterapeutico o sanitario quando è necessario. Può però offrire uno spazio di counseling e ricerca personale in cui un’immagine aiuta a pensare, sentire e scegliere con più precisione.

Dall’immagine alla vita

Il movimento che cerco è semplice:

  1. Portare una domanda. Che cosa sta accadendo davvero, al di là della versione già preparata?
  2. Lasciare entrare l’immagine. Che cosa mi chiama, mi infastidisce o sembra parlare una lingua che conosco?
  3. Costruire un significato. Quale archetipo, conflitto o possibilità sta prendendo forma?
  4. Tornare al reale. Quale scelta, conversazione o gesto può verificare ciò che abbiamo visto?

È l’ultimo passaggio che conta. Se una lettura produce soltanto altre interpretazioni, il rischio è trasformare la spiritualità in una stanza piena di specchi. Il simbolo mi interessa quando restituisce alla vita: magari con una domanda migliore, un limite finalmente pronunciato o un gesto piccolo ma verificabile.

Pietre, sogni e altre immagini

A volte nel lavoro entrano anche una pietra, un sogno, un racconto o una figura nata durante il percorso. Non li tratto come prove scientifiche e non attribuisco loro automaticamente proprietà terapeutiche. Possono però diventare oggetti di memoria, immagini-guida, modi concreti per custodire una domanda e riconoscere una fase del cammino.

Credo che scetticismo e meraviglia possano sedersi allo stesso tavolo. Lo scetticismo impedisce di consegnare la libertà a un’interpretazione. La meraviglia impedisce di ridurre troppo in fretta tutto ciò che conta a una formula già chiusa.

Per arrivare basta una domanda.

Propongo incontri individuali online o in presenza. Le carte entrano come strumenti di counseling, narrazione e ricerca simbolica: nessuna divinazione, nessuna sentenza, nessuna parte da recitare.

Raccontami da dove parti

Riferimenti e letture

I tarocchi non sono presentati come strumento diagnostico né come pratica scientificamente validata. I primi due testi chiariscono le radici simboliche dichiarate nell’articolo; il terzo propone una prospettiva accademica sull’uso proiettivo delle carte, da leggere come ipotesi teorica e non come prova di efficacia clinica.

  1. C. G. Jung e altriL’uomo e i suoi simboli. 1964; edizione Bantam, 2023.Un’introduzione al ruolo delle immagini simboliche nella vita psichica.
  2. Alejandro Jodorowsky e Marianne CostaThe Way of Tarot. 2009; Destiny Books.Il riferimento dichiarato per una lettura visiva e narrativa dei Tarocchi di Marsiglia.
  3. Inna SemetskyTarot as a Projective Technique. 2006; Spirituality and Health International, 7, 187–197.Una proposta teorica sul tarot come dispositivo proiettivo nel colloquio.

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