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Sette Jolly, sette soglie

La Soglia, una delle sette carte Jolly nate come oggetti d’incontro
Una carta. Una domanda. Un passo.

Fin da piccolo mi è accaduta una cosa difficile da raccontare senza farla sembrare più misteriosa di quanto sia. Per strada, o in posti nei quali non ci si aspetterebbe di trovare una carta da gioco, mi è capitato di raccogliere dei Jolly: carte isolate, provenienti da vecchi mazzi, finite non so come sul mio cammino. Non è successo una volta soltanto. Fino a oggi ne ho trovati sette.

Non so perché sia accaduto. La spiegazione più semplice è che si tratti di coincidenze, e può benissimo essere così. Ma fin da bambino ho scelto di leggere quelle coincidenze in modo un po’ fatalistico, come se il destino, ogni tanto, mi mettesse in mano una possibilità in più. Un Jolly da giocarmi.

Il Jolly appartiene al mazzo e nello stesso tempo ne sfugge. Non ha un valore stabile, può sostituire una carta, completare una combinazione, cambiare improvvisamente l’esito di una mano. Non garantisce la vittoria e non risolve magicamente la partita, ma può offrire quel qualcosa in più che, nel momento giusto, diventa decisivo.

In alcuni giochi, però, c’è anche un altro aspetto: se la partita finisce e il Jolly è rimasto inutilizzato nella tua mano, può costarti punti. Non averlo giocato ha un prezzo. Ed è forse questa la parte della metafora che mi interessa di più.

Il Jolly che teniamo in mano

Quali sono i Jolly che possediamo e continuiamo a non giocare? Possono essere un talento, una capacità, un desiderio, una scelta rimandata, una parte di noi che conosciamo bene ma che non abbiamo ancora avuto il coraggio di portare davvero nel mondo.

Ci sono momenti nei quali, almeno apparentemente, abbiamo tutto: una vita che funziona, relazioni, abitudini, sicurezze. Eppure continuiamo a sentire che qualcosa non è del tutto al proprio posto. Restiamo fermi davanti a una specie di vuoto, cercando di capire che cosa manchi, quando forse ciò che manca non è una nuova carta da ricevere, ma il coraggio di giocare quella che abbiamo già in mano.

Giocare il proprio Jolly non significa necessariamente cambiare tutto, compiere un gesto spettacolare o inseguire una versione idealizzata di noi stessi. Significa riconoscere ciò che ci appartiene, assumercene la responsabilità e smettere di restare soltanto spettatori della nostra vita. Se il destino mescola le carte, a noi rimane comunque il compito di giocarle.

Un Jolly non giocato non resta sempre innocente. A volte diventa il costo della possibilità che non abbiamo avuto il coraggio di usare.

Perché sette

La risposta più onesta è molto semplice: sono sette perché sette sono i Jolly che, fino a oggi, mi è capitato di trovare.

Tutto il resto è venuto dopo.

Il sette è certamente un numero pieno di risonanze. Attraversa religioni, miti, fiabe, cicli del tempo e immagini della psiche; può richiamare completezza, passaggio, ricerca e trasformazione. Ma sarebbe falso raccontare che ho scelto sette carte per costruire deliberatamente un sistema simbolico. Prima sono arrivati i Jolly. Poi mi sono accorto che erano sette e che quel numero, a sua volta, apriva altre possibilità di senso.

Questa distinzione per me è importante: il simbolo non è stato applicato alla storia per renderla più suggestiva. È nato dalla storia stessa.

Perché sono diversi

Non volevo che i sette Jolly fossero semplicemente sette copie della stessa carta. Mi piaceva immaginare che ognuno potesse incontrarne uno diverso e sentire, senza bisogno di troppe spiegazioni, che proprio quello lo stava attirando.

C’è il Funambolo, che non elimina il vuoto ma impara ad attraversarlo; c’è l’Onironauta, che ascolta il lato notturno dell’esperienza; ci sono la Soglia, il Custode e la Presenza. Nessuna carta pretende di dire a una persona chi sia o che cosa debba fare. Offre una risonanza, una domanda, forse un’immagine nella quale riconoscere qualcosa di sé.

Qualcuno potrà scegliere il proprio Jolly, qualcun altro lo incontrerà casualmente. Potrà raccoglierlo, portarlo con sé oppure lasciarlo dov’è. Ma mi piace pensare che, almeno per un istante, possa guardarlo e dirsi: questo è il mio; questo, forse, è arrivato il momento di giocarmelo.

Giocarlo potrà significare seguire una domanda, leggere un articolo, riconoscere una parte dimenticata di sé o aprire una conversazione. E qualche volta potrà diventare anche un incontro con me, uno spazio nel quale lavorare insieme sui propri percorsi, sui propri perché e sul senso che stiamo cercando di dare alla vita.

Un oggetto antico con una porta contemporanea

Le carte sono state pensate come cromolitografie dei primi decenni del Novecento: carta consumata, blu notte, oro antico, sole e luna. Alcuni elementi rompono la cornice, perché ogni Jolly custodisce la stessa anomalia: ciò che rappresenta non rimane docilmente dentro il riquadro.

Sul retro, il codice conduce qui. Il gesto fisico e quello digitale diventano un’unica sequenza: trovare, raccogliere, voltare, inquadrare, attraversare. Il sito non deve spiegare via la magia della carta, ma darle una casa e trasformare la curiosità in una possibilità concreta di incontro.

Il simbolo resta onesto solo se non occupa tutto

Tarocchi, archetipi e immagini possono aiutarci a pensare e a raccontarci, ma non emettono verdetti e non promettono trasformazioni miracolose. Nel mio lavoro restano strumenti narrativi e riflessivi: aprono una conversazione, non decidono al posto nostro.

I Jolly che ho trovato nella mia vita sono stati sette. Adesso sono sette anche quelli che provo a rimandare nel mondo, non per ripetere una formula, ma per continuare una storia.

Forse uno di loro incontrerà qualcuno nel momento giusto. Forse quella persona lo guarderà soltanto per pochi secondi, oppure deciderà di raccoglierlo e portarlo con sé. E forse, prima o poi, penserà:

questo Jolly è mio; adesso me lo gioco.

Riferimenti e letture

Il ritrovamento dei sette Jolly è un racconto autobiografico e il progetto che ne è nato è originale. I testi seguenti non provano né spiegano questa storia: sono due radici teoriche del mio interesse per gioco, immagine e simbolo.

  1. D. W. WinnicottPlaying and Reality. 1971; Routledge Classics.Il gioco e lo spazio simbolico come territori di esperienza e creatività.
  2. C. G. Jung e altriL’uomo e i suoi simboli. 1964; edizione Bantam, 2023.Un’introduzione al ruolo delle immagini simboliche nella vita psichica.

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