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Quando mi perdo, non sono perduto

Un bambino in barca percorre un fiume luminoso che sale verso un castello sotto la luna
La strada appare nel passo.

A volte non mi piaccio. A volte mi perdo.

Non perché pensi di essere una brutta persona. Anzi, forse è proprio il contrario. So di avere dentro cose buone. So di essere creativo, generoso, capace di esserci e di proteggere. So che per molte persone sono affidabile. So che, quando sono centrato, posso dare tanto.

Il problema è quando non lo sono.

Quando sono stanco mi perdo. Mi distraggo, mi chiudo, divento meno presente. E questo mi fa male, perché la presenza per me non è una parola qualunque. È una delle cose in cui credo di più. Esserci. Restare. Non sparire mentre l’altro c’è.

E invece, a volte, sparisco un po’ anch’io. Non del tutto, ma abbastanza da sentirmi in colpa.

La distanza da ciò che vorrei essere

Mi arrabbio con me stesso perché vedo la distanza tra ciò che vorrei essere e ciò che riesco a fare davvero. Vorrei essere più saldo, più attento, più coerente. Vorrei non farmi fregare sempre dalla stanchezza, dagli automatismi, dalle parti meno belle di me.

Perché ci sono anche quelle. Parti più scure, più egoiste, più fragili, più confuse. Parti che a volte traboccano e coprono tutto il resto. Quando succede, mi sembra quasi che tutta la luce che potrei portare venga oscurata.

Poi magari passa. Mi riallineo. Mi riconosco. Torno a respirare meglio. Torno capace. Torno potente, anche. Però quell’altalena esiste.

Forse devo smettere di raccontarmi che esiste un “me vero” e, accanto, soltanto degli incidenti di percorso.

Sono io anche quando mi perdo. Non soltanto quello, certo. Ma anche quello.

Sono quello che protegge, ma anche quello che vorrebbe essere protetto. Sono quello che tiene insieme, ma anche quello che a volte vorrebbe che qualcosa da fuori arrivasse a tenerlo in piedi. Sono quello che crede nella volontà, ma anche quello che ogni tanto sente la volontà diventare piccola.

Maledetta esternalizzazione

Mi giudico per questo. Maledetta esternalizzazione. Mi dico che non dovrei aspettare una buona notizia, un aiuto, un colpo di fortuna. Che dovrei bastarmi. Che dovrei essere più forte.

Forse, però, anche questa è una violenza che mi faccio addosso. Forse non devo bastarmi sempre. Devo accorgermi prima di quando una parte di me sta prendendo troppo spazio.

Quando una parte prende il trono

Quando mi perdo, forse non sparisco davvero. Succede un’altra cosa: una parte prende il trono. Sale lì sopra e parla per tutti. Dice: «Sei questo. Sei la tua stanchezza. Sei la tua colpa. Sei la tua distrazione. Sei il tuo lato peggiore».

So che non è vero. Ma indugio.

Io sono anche quello, ma non sono soltanto quello.

Forse il lavoro è tutto qui: osservarsi, comprendersi, accogliersi e anche perdonarsi.

Posso essere imperfetto, poco luminoso e anche perdere qualche volta.

Rientrare

Devo imparare a rientrare. A rimettere insieme i pezzi senza usarmeli contro. A non trasformare ogni caduta in una condanna. A ricordarmi che, anche quando sbaglio, non divento automaticamente il mio errore.

Sono il re del mio mondo, sì. Un buon re si accorge quando il regno è in disordine, si siede un attimo, smette di insultarsi e ricomincia a governare.

Non salvo o risolvo tutto e non sono sempre quello che vorrei. Posso, però, smettere di farmi la guerra. Posso davvero essere sull’orlo di me stesso e sorridere.

Quando mi perdo, non sono perduto. Sono soltanto da riunire.

Riferimenti e letture

Il racconto resta autobiografico. Questi studi offrono due mappe utili per leggerlo senza trasformare l’errore in identità: autocompassione e flessibilità psicologica.

  1. Kristin D. NeffSelf-Compassion: An Alternative Conceptualization of a Healthy Attitude Toward Oneself. 2003; Self and Identity, 2(2), 85–101.Una formulazione teorica dell’autocompassione come alternativa all’autocritica punitiva.
  2. Steven C. Hayes, Jason B. Luoma, Frank W. Bond e altriAcceptance and Commitment Therapy: Model, Processes and Outcomes. 2006; Behaviour Research and Therapy, 44(1), 1–25.Una cornice sulla flessibilità psicologica e sul rapporto con pensieri ed emozioni difficili.

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