← Torna al Blog

Non ho cominciato dalla dieta

L’Imperatrice tiene fra le mani una sfera dorata, immagine di nutrimento, corpo e trasformazione
Abitare il corpo, senza processarlo.

Non ho cominciato dalla dieta. O forse sì, se considero tutte quelle che avevo già cominciato e abbandonato.

Per molto tempo ho pensato che il problema fosse trovare il metodo giusto. Quello capace di mettere finalmente ordine, di farmi dimagrire, di restituirmi il controllo. Ogni volta partivo con buone intenzioni e una specie di solennità; poi qualcosa si rompeva e il metodo restava lì, intatto, mentre il fallimento diventava tutto mio.

Con il tempo ho capito che la domanda non era soltanto: «Quale dieta funziona?».

La domanda vera era: «Come posso fare in modo che questo percorso diventi davvero mio?».

I metodi esistono

Non voglio rinnegare i metodi. Sarebbe poco onesto e anche piuttosto sciocco.

Nel mio percorso ne ho incontrati molti. Mi sono confrontato con endocrinologi, nutrizionisti, trainer e altri professionisti. Ho studiato, fatto tentativi, corretto la rotta. Ho giocato — nel senso più serio del termine — con il modello mediterraneo e la dieta MIND, il digiuno intermittente, l’attenzione alla risposta glicemica, il movimento, il sonno, la massa muscolare. Ho accettato anche che la medicina e i farmaci, quando indicati e seguiti da chi ne ha la competenza, potessero essere strumenti e non scorciatoie di cui vergognarsi.

Alcune cose mi hanno aiutato molto. Altre meno. Alcune sono state adatte a una fase della mia vita e poi hanno dovuto cambiare insieme a me.

I metodi esistono. Hanno basi, differenze, limiti e campi di applicazione. Non sono tutti uguali e non tutto può essere improvvisato. Ma nessun metodo può vivere al posto nostro.

Può offrirci una mappa, non può camminare.

Il digiuno intermittente, per esempio, non ha funzionato perché io ho deciso magicamente che dovesse funzionare. È diventato utile nel momento in cui ho scelto di conoscerlo, sperimentarlo con consapevolezza e adattarlo alla mia vita, confrontandomi con le persone che mi seguivano. Lo stesso vale per l’alimentazione mediterranea, la MIND o l’ordine con cui compongo un pasto.

Non ho trovato una formula segreta. Ho imparato a usare strumenti diversi senza consegnare a nessuno di loro la regia della mia vita.

Il corpo non è un tribunale

Quando si parla di grande obesità, la forza di volontà viene spesso chiamata in causa come se fosse l’unico ingrediente mancante. Mangia meno. Muoviti di più. Impegnati.

È una spiegazione semplice, pulita e spesso crudele.

Dentro l’obesità possono intrecciarsi biologia, predisposizioni genetiche, metabolismo, sonno, stress, farmaci, ambiente, condizioni economiche, abitudini familiari, cultura alimentare e storia emotiva. Il cibo può essere nutrimento, ma anche riparo, premio, anestesia, appartenenza. A volte diventa uno dei modi più rapidi che conosciamo per far tacere qualcosa.

Non sono dimagrito perché, finalmente, sono diventato una persona con carattere. Non ero moralmente difettoso prima e non sono moralmente migliore adesso.

Ho potuto cambiare perché ho lavorato su più livelli: la conoscenza, il corpo, le cure, l’alimentazione, l’ambiente quotidiano, il movimento, la mia storia e il modo in cui mi guardavo. Ho avuto bisogno di professionisti competenti e di condizioni più governabili. Anche di un frigorifero organizzato in modo diverso, perché la libertà è una parola bellissima, ma alle undici di sera, stanchi e affamati, avere qualcosa di adatto già pronto resta una forma molto concreta di saggezza.

La volontà serve. Ma è intermittente, si stanca, si ammala, qualche volta va a dormire prima di noi. Costruire tutto su di lei significa chiedere a una sola parte di noi di sostenere l’intera casa.

Farsi aiutare non rende il percorso meno autentico. Non esiste una medaglia per chi soffre senza strumenti.

Diventare protagonisti

Essere protagonisti non significa credere che tutto dipenda da noi. Quella non è libertà: è un’altra forma di colpa.

E non significa nemmeno fare tutto da soli.

Per me ha significato smettere di essere l’oggetto di una dieta, di una prescrizione o dell’ennesimo tentativo e sedermi, finalmente, al tavolo delle decisioni che riguardavano la mia vita.

Ho cominciato a chiedermi non soltanto che cosa potessi mangiare, ma che cosa stesse accadendo. Perché alcune scelte diventassero difficili proprio in certi momenti. Che compito avessi affidato al cibo. Che cosa potessi modificare perché la decisione successiva richiedesse un po’ meno fatica.

Ho osservato anche le crisi serali. È facile sentirsi molto consapevoli alle undici del mattino; alle undici di sera, davanti alla dispensa, la filosofia può perdere parecchio del suo fascino. Invece di processarmi, ho provato a capire: avevo mangiato abbastanza? Avevo dormito? Ero stanco, arrabbiato, solo? Stavo cercando cibo oppure una tregua?

Non sempre ho trovato una risposta. Ma ho smesso di interpretare ogni difficoltà come la prova definitiva di essere sbagliato.

Un pasto non cancella un percorso. Una settimana difficile non rivela la nostra vera natura. Un numero sulla bilancia può darci un’informazione; non possiede il diritto di emettere una sentenza.

Perdersi e ritrovarsi

Lavorare su di sé non è un viaggio ordinato. Possiamo perderci anche mentre cerchiamo di stare meglio.

Possiamo trasformare la cura in controllo, la disciplina in sorveglianza, lo studio nell’ennesimo modo per non sentirci mai abbastanza. Possiamo misurare tutto — peso, passi, orari, calorie — e accorgerci che, nel frattempo, abbiamo smesso di ascoltarci.

È successo anche a me. Ci sono stati momenti in cui il desiderio di cambiare rischiava di diventare un altro modo per rifiutare ciò che ero. E altri in cui, proprio attraverso quel lavoro, ho ritrovato parti di me che avevo lasciato indietro.

La differenza, forse, non sta nel controllo perfetto. Sta nel rapporto che costruiamo con noi stessi mentre cambiamo.

Un corpo non ha bisogno di essere odiato per trasformarsi. Ha bisogno di essere ascoltato con precisione, curato quando serve e accompagnato senza menzogne. Accogliersi non significa arrendersi; significa smettere di sprecare energia nella guerra contro di sé e usarla per scegliere dove andare.

Ho perso molto peso, ma non voglio raccontarlo come una marcia trionfale. Ci sono stati tentativi, cure, correzioni, ricadute e nuovi inizi. Non ho raggiunto una forma definitiva e non credo che esista.

Oggi, però, mi riconosco di più nelle scelte che compio. Posso modificarle senza processarmi. Posso chiedere aiuto senza sentirmi sconfitto. Posso usare un metodo senza diventare il suo esecutore.

Se c’è qualcosa che desidero condividere, quindi, non è il mio menù e neppure una ricetta per dimagrire. È questo passaggio: diventare protagonisti non significa controllare tutto, ma smettere di assistere da lontano alla propria vita.

Significa conoscere, scegliere, farsi accompagnare, cambiare idea quando serve. A volte perdersi. A volte ritrovarsi. E continuare a cercare una forma di vita che ci assomigli un po’ di più.

Non ho trovato la dieta che mi ha salvato.

Ho incontrato strumenti, professionisti, cure e un modo diverso di stare davanti a me stesso.

Non ho cominciato dalla dieta.

Ho cominciato quando il percorso è diventato mio.

Da me, sì. Ma non da solo.

Riferimenti e letture

Il testo racconta il mio percorso e non trasforma singoli studi in prescrizioni. Le fonti servono a rendere verificabili i riferimenti alla complessità dell’obesità, al modello MIND, alla sequenza degli alimenti e al digiuno intermittente; l’evidenza non è identica per ogni pratica e va sempre adattata alla persona con professionisti competenti.

  1. World Health OrganizationObesity and overweight. Scheda informativa aggiornata nel 2025.Il quadro di riferimento sull’obesità come condizione cronica e complessa, influenzata da fattori biologici, ambientali e sociali.
  2. Martha Clare Morris e altriMIND Diet Slows Cognitive Decline with Aging. 2015; Alzheimer’s & Dementia, 11(9), 1015–1022.Lo studio osservazionale che ha contribuito a definire il modello MIND.
  3. Lisa L. Barnes e altriTrial of the MIND Diet for Prevention of Cognitive Decline in Older Persons. 2023; New England Journal of Medicine, 389, 602–611.Uno studio randomizzato utile anche per leggere con prudenza i risultati del modello MIND.
  4. Alpana P. Shukla e altriFood Order Has a Significant Impact on Postprandial Glucose and Insulin Levels. 2015; Diabetes Care, 38(7), e98–e99.Un piccolo studio pilota sulla sequenza verdure/proteine e carboidrati.
  5. Rafael de Cabo e Mark P. MattsonEffects of Intermittent Fasting on Health, Aging, and Disease. 2019; New England Journal of Medicine, 381, 2541–2551.Una revisione dei meccanismi e delle evidenze, con limiti e questioni ancora aperte.

Se ti è stato utile, puoi condividerlo.

WhatsApp

UN JOLLY ALLA SETTIMANA

Vuoi ricevere il prossimo Jolly?

Nel Canale WhatsApp condivido, più o meno una volta alla settimana, articoli, domande e immagini che meritano un po’ di calma.

Segui il Canale WhatsApp Non è un gruppo: chi segue non vede i numeri degli altri e può uscire in ogni momento.