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Educare alla complessità — La verità dietro la verità

Persone di età diverse osservano un paesaggio attraversato da mappe, reti, città, natura e molteplici prospettive
La verità non ha paura delle domande.

Viviamo in un’epoca innamorata delle risposte immediate. Tutto deve essere semplice, rapido, riconoscibile: un titolo, un’immagine, una frase capace di spiegare il mondo nel tempo di uno scorrimento del dito. Dobbiamo sapere subito chi ha ragione e chi ha torto, chi è la vittima e chi il colpevole, che cosa è giusto pensare e da quale parte stare.

La semplicità, naturalmente, ha un valore. Ci aiuta a comunicare, a orientarci, a rendere accessibile ciò che altrimenti rischierebbe di restare chiuso dentro linguaggi incomprensibili. Ma semplificare non significa necessariamente comprendere. A volte significa soltanto eliminare tutto ciò che disturba la nostra prima interpretazione.

La realtà, invece, disturba. È piena di contraddizioni, eccezioni, sfumature, conseguenze inattese. Le persone possono amare e ferire, essere fragili e crudeli, generose e terribilmente egoiste. Le stesse azioni possono nascere da intenzioni diverse e produrre risultati opposti a quelli desiderati. Persino noi stessi, quando ci osserviamo con sufficiente sincerità, scopriamo di non essere una storia lineare.

Mi piace chiamare tutto questo la verità dietro la verità.

Non una verità segreta, nascosta da qualche parte e accessibile soltanto a chi possiede una chiave speciale, ma la consapevolezza che dietro ciò che appare esistono spesso altre storie, altri punti di vista, altre domande. Una verità può essere reale e, nello stesso tempo, non essere ancora completa.

Questo non significa sostenere che tutto sia relativo o che ogni opinione abbia lo stesso valore. Esistono fatti, corpi, azioni e conseguenze. Esiste ciò che è accaduto e non può essere cancellato cambiando il modo in cui lo raccontiamo. Ma ogni fatto entra nella nostra esperienza attraverso uno sguardo, una memoria, un linguaggio, una storia personale. L’oggettività può essere un orizzonte verso cui camminare; diventa pericolosa quando qualcuno pretende di possederla interamente.

Educare alla complessità significa allora insegnare a distinguere tra un fatto e la sua interpretazione, senza immaginare che possano vivere completamente separati. Significa imparare a chiedersi chi sta raccontando una storia, che cosa vede, che cosa non può vedere e che cosa potrebbe avere dimenticato. Significa avere il coraggio di aggiungere ai nostri giudizi una frase tanto semplice quanto rivoluzionaria: potrebbe esserci anche un’altra spiegazione.

Non per rinunciare alle nostre idee. Non per diventare incapaci di scegliere. Al contrario, per scegliere con maggiore consapevolezza.

Quando parliamo di bambini e giovani, educare alla complessità non vuol dire consegnare loro un mondo indecifrabile, sommergerli di informazioni o convincerli che nulla possa essere compreso. Significa offrire strumenti per non diventare prigionieri della prima risposta disponibile. Insegnare a confrontare le fonti, ascoltare versioni differenti, riconoscere le emozioni che accompagnano un giudizio, sopportare per qualche tempo l’incertezza e cambiare idea senza viverlo come una sconfitta.

Vuol dire aiutarli a comprendere che una persona non coincide con il suo errore, che un conflitto non nasce quasi mai da una sola causa e che una differenza non è necessariamente una minaccia. Vuol dire mostrare loro che il mondo non è soltanto bianco o nero, ma è attraversato da una quantità quasi inesauribile di colori, alcuni luminosi, altri difficili da nominare.

Educare alla complessità è anche un atto politico, nel significato più ampio e umano del termine. Una società incapace di sostenere le sfumature diventa facilmente manipolabile: ha bisogno di nemici semplici, slogan brevi e colpevoli immediatamente riconoscibili. Una società capace di pensiero complesso, invece, può discutere senza trasformare ogni differenza in una guerra e può riconoscere la dignità di una persona anche quando non ne condivide le idee.

Forse per questo possiamo dire di essere fan della diversità e della complessità. Non perché tutto ciò che è complesso sia automaticamente migliore, ma perché la varietà degli sguardi amplia il nostro mondo. Ci costringe a uscire dalla stanza stretta delle nostre certezze e ci ricorda che nessuno osserva la realtà da un punto neutrale e definitivo.

Il compito dell’educazione non dovrebbe essere quello di consegnare ai più giovani una mappa già terminata, sulla quale ogni confine è stato deciso dagli adulti. Dovrebbe insegnare loro a leggere le mappe, a confrontarle, a riconoscere chi le ha disegnate e, quando necessario, a modificarle.

Perché la verità non ha paura delle domande. Ha paura, semmai, di essere ridotta a una risposta troppo piccola.

Riferimenti e letture

Questi testi non chiudono la complessità dentro una teoria unica. Offrono quattro ingressi complementari: l’incertezza come parte del conoscere, l’educazione come arte del vivere, l’attenzione alle relazioni e il valore democratico del pensiero critico.

  1. Edgar MorinI sette saperi necessari all’educazione del futuro. 2001; Raffaello Cortina Editore.Nato da una proposta dell’UNESCO, è dedicato ai saperi fondamentali necessari per affrontare l’incertezza e la complessità del futuro.
  2. Edgar MorinInsegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione. 2015; Raffaello Cortina Editore.Una proposta di riforma dell’educazione capace di preparare alle incertezze e alle difficoltà del destino umano.
  3. Gregory BatesonVerso un’ecologia della mente. Adelphi.Una raccolta che attraversa antropologia, psicologia, comunicazione ed epistemologia, cercando le relazioni tra fenomeni apparentemente separati.
  4. Martha C. NussbaumNon per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica. 2014; Il Mulino.Un’opera sul ruolo del pensiero critico, dell’immaginazione e degli studi umanistici nella formazione democratica.

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